Una panchina che scotta, un conto che lievita e una discussione che, puntuale, scivola verso l’assurdo: la “tassa sul CT” torna a bussare, tra memoria corta e indignazioni a orologeria, da Mancini a Conte fino a chi oggi siede sulla panchina azzurra.
La chiamiamo così, con una punta d’ironia: “tassa sul CT”. Non è un’imposta scritta nel Codice, ma un insieme di costi visibili e invisibili che accompagnano il commissario tecnico della Nazionale. C’è il salario, certo. Ci sono i bonus, lo staff tecnico, i preparatori, gli analisti. Ci sono le clausole e gli indennizzi quando il CT arriva da un club o quando il club lo rivuole indietro. E poi il grande non detto: la pressione pubblica, la liturgia delle convocazioni, la politica sportiva, i veti incrociati. È la somma che fa la “tassa”.
Esempi concreti? Antonio Conte guidò l’Italia tra il 2014 e il 2016 con un ingaggio importante, sostenuto in parte da sponsor. Un segnale chiaro: per un CT di alto profilo servono risorse e una cabina di regia che vada oltre la sola FIGC. Con Roberto Mancini, insediato nel 2018 e campione d’Europa nel 2021, il pacchetto si è allargato: rinnovo fino al 2026, staff ampliato, organizzazione più strutturata. Quando nel 2023 Mancini ha lasciato, la federazione ha dovuto ripartire subito e per portare in panchina Luciano Spalletti ha riconosciuto al Napoli un indennizzo legato alla famosa clausola. Tutto verificabile, tutto parte del “costo Paese” del nostro calcio.
Fino a qui, contabilità. Ma il centro della faccenda arriva più avanti.
La discussione pubblica scivola spesso verso la caricatura. Si riduce tutto al “guadagna troppo”, “convoca gli amici”, “non rischia i giovani”. È qui che tocchiamo i “confini della farsa”. Perché i numeri contano, ma da soli non spiegano perché l’Italia, a intervalli regolari, trasforma il CT in parafulmine nazionale.
La vera “tassa” non è solo il milione in più o in meno, né la clausola che frena una trattativa. È il pedaggio culturale: chiediamo al CT di essere selezionatore, pedagogo, comunicatore, psicologo, garante identitario. Vogliamo vittorie immediate, gioco riconoscibile, rinnovo generazionale e, insieme, risultati che non ammettono transizioni. E quando il conto non torna, presentiamo il sovrapprezzo della polemica. Successe con Conte, tra qualificazioni e un Europeo oltre le attese; successe con Mancini, capace di costruire un ciclo vincente e poi caduto nell’imbuto di Mondiale mancato e strappi improvvisi.
In mezzo ci sono dettagli che raramente arrivano al grande pubblico: uno staff moderno conta 8-12 figure; i cicli di lavoro per una nazionale sono spezzati dalle finestre FIFA; l’equilibrio tra forma dei giocatori e identità di squadra è un esercizio di chirurgia a tempo. Ogni giorno speso per cucire è un giorno pagato in fiducia, non solo in euro.
Siamo ai confini della farsa quando fingiamo che basti “pagare meno” per risolvere il problema, o “pagare di più” per garantirsi il successo. La verità sta nel mezzo: investire bene, definire ruoli chiari, evitare promesse che il sistema non può mantenere. I conti, quando sono trasparenti, diventano discussione adulta. Il resto è rumore.
Forse la domanda è un’altra: siamo disposti, come Paese calcistico, a pagare la “tassa” che conta davvero — tempo, progetto, coerenza — invece di limitarci alla cifra in calce al contratto? Perché un CT passa, l’idea resta. E senza un’idea, anche il conto più leggero pesa come un macigno.
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