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Rocchi ai PM: ‘Nessuna Richiesta di Arbitro, Solo Indicazioni Infastidiose ma Comuni’. L’Ex Designatore Chiede Ascolto per le Società Calcistiche

Un corridoio silenzioso, fascicoli chiusi e una frase che resta in aria: nessuna richiesta di arbitro. Solo quelle telefonate storte, puntigliose, che nel calcio accadono più spesso di quanto ammettiamo. Da qui parte l’idea più semplice e più difficile: ascoltarsi meglio.

Il nodo è finito sui giornali. Come riportato dal Corriere della Sera, l’ex designatore Gianluca Rocchi ha detto ai PM nell’interrogatorio che non ci sono state pressioni per assegnare un arbitro specifico. Ha parlato di “indicazioni fastidiose ma comuni”. Parole che non sorprendono chi bazzica gli spogliatoi, i corridoi, le stanze dove si decide il chi e il come delle partite. Ma aprono una finestra. Cosa intendiamo per “comuni”? E, soprattutto, cosa succede quando i club bussano?

Cosa ha detto davvero Rocchi

Il punto centrale arriva a metà, con un dettaglio che pesa: nessuna “richiesta di arbitro”. Lo ripete, lo chiarisce. Nel racconto dell’ex capo degli arbitri di Serie A, c’è un contesto riconoscibile. Telefonate, osservazioni a caldo, messaggi che lambiscono il confine dell’opportunità. Non illeciti, non ordini. Piuttosto, quel brusio di fondo che accompagna ogni weekend di calcio italiano.

La cornice istituzionale è chiara. La AIA gestisce una rosa definita, con ruoli distinti tra direttori di gara, assistenti e VAR. Le designazioni seguono criteri tracciabili: stato di forma, storicità degli incroci, compatibilità tecnica e logistica. Una stagione top-flight vale 380 gare. Moltiplicate per spostamenti, infortuni, rotazioni. È un mosaico che richiede metodo. E ogni deviazione si vede.

Qui entra l’altro pezzo delle parole di Rocchi: “Credo che i dirigenti arbitrali debbano ascoltare le società, per migliorare il servizio offerto”. Suona semplice. In realtà è una promessa complicata. Perché “ascoltare” non significa assecondare. Significa accogliere critiche senza diventare permeabili. Aprire porte senza lasciare spifferi.

Mi torna in mente una scena comune. Lunedì mattina, sede di un club. Il dirigente rivede gli episodi. Ferma l’immagine, rallenta, prende nota. Chiama: “Spiegatemi il metro”. Non chiede un nome per la prossima partita. Chiede coerenza. La linea è sottile. Ma è lì, nella precisione delle parole, che si tiene in piedi la fiducia.

Il nodo del rapporto tra club e arbitri

Negli ultimi anni qualche passo è stato fatto. L’apertura del format “Open VAR” ha mostrato clip e spiegazioni tecniche. Non risolve tutto, però sposta l’asse: rende visibile un processo che spesso appare arcano. Altro tassello utile: protocolli scritti e pubblici, tempi di pubblicazione dei referti, formazione continua su comunicazione e conflitti d’interesse. Sono mattoni piccoli, ma proprio per questo reggono il peso.

E poi ci sono le alternative concrete. Un canale unico, tracciato, per i feedback post-partita. Una cadenza fissa di incontri tra AIA e club, con verbali condivisi. Report periodici sugli errori riconosciuti e sulle correzioni adottate. Non servono 100 conferenze stampa. Servono tre promesse mantenute: chiarezza, misura, memoria.

Resta un fatto: la parola “pressioni” nel calcio italiano accende subito l’immaginario. Ma la differenza tra una scorciatoia e una strada dritta è nella trasparenza. Se tutto passa da luoghi visibili, si sbaglia lo stesso, ma si sbaglia davanti a tutti.

Alla fine, le frasi di Rocchi non chiudono una storia. La aprono. Ci dicono che la normalità a volte graffia. Che il confine tra “infastidito” e “condizionato” non è un’ombra, è una riga netta da disegnare ogni settimana. Forse la domanda è semplice: quando fischia il vento e lo stadio ruggisce, preferiamo il silenzio delle stanze o una voce chiara, udibile da chi sta sugli spalti e da chi resta sul divano?

di
Enrica Siclari

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