Serie A: L’Esercito degli Esuberi – Chi Sono, Quanto Costano e Dove Potrebbero Finire

Agosto entra in forno, i ritiri sfumano nella calura e, ai bordi del campo, si allunga una fila silenziosa: l’esercito degli “esuberi”. Non titolari, non riserve: sospesi. Qui si gioca la vera partita del mercato, lontano dai riflettori.

A un mese dal via, la Serie A fa i conti con quasi cento giocatori fuori progetto. La lista cambia ogni giorno e non tutti i nomi che rimbalzano online sono corretti: alcuni citati di frequente non sono davvero “esuberi”, altri neppure militano in Italia. La sostanza però resta: i club hanno un problema di spazio, di ruoli e soprattutto di costi.

Ho in mente l’immagine classica: sul campo principale l’undici prova le uscite palla; sul secondario, due file di pettorine, sorrisi di circostanza e telefonate dei procuratori. Non è un girone dei dannati. È il lato industriale del calcio. E la chiave, più della tattica, è la calcolatrice.

Chi sono gli esuberi: profili e casi tipici

Il profilo ricorrente è triplo: Rientri dai prestiti che non hanno convinto. Spesso ex acquisti importanti, oggi a margine. Colpi sbagliati per contesto: talento reale, incastro sbagliato. È successo a più d’uno, poi rinato altrove. Big con ingaggio pesante e minutaggio calante. Non basta il nome se il tecnico cambia idea.

Negli ultimi anni lo abbiamo visto con giocatori finiti nel cosiddetto “gruppo 2”, allenamenti a parte in attesa di soluzione. È scomodo per tutti, ma protegge il lavoro del mister e il valore a bilancio. Alcuni casi recenti hanno mostrato che la via d’uscita esiste: prestito con riscatto, riduzione dell’ingaggio, rilancio in squadre che giocano per loro. La parabola è chiara: da “sbaglio” a risorsa altrove, a volte nel giro di sei mesi.

Qui sta il punto centrale: al netto delle emozioni, decide la contabilità. Gli esuberi non sono un incidente di percorso, sono l’effetto di cicli tecnici brevi e contratti lunghi. Il risultato è un imbuto.

Quanto costano: numeri e meccanismi

Il costo reale di un esubero è doppio: Stipendio lordo. Un contratto da 3 milioni netti pesa circa 5,5–6 milioni lordi l’anno senza agevolazioni. Con il “Decreto Crescita” l’impatto si è ridotto in passato, ma le regole dal 2024 sono più restrittive: non sempre si applicano. Tradotto: pesi veri in bilancio. Quota di ammortamento. Se hai pagato 20 milioni e restano due anni di contratto, il “valore contabile” residuo è di 10 milioni. Vendi sotto quella cifra? Scatta la minusvalenza.

Ecco perché i club preferiscono il prestito con diritto/obbligo: spostano una parte del costo, magari con contributo sull’ingaggio, e sperano nel rilancio. In alternativa: rescissione con buonuscita, spalmatura del salario, scambi creativi. A volte basta cambiare scenario: Turchia, MLS, Ligue 1, qualche club di Premier che cerca profondità, oppure piazze italiane di seconda fascia con idee chiare.

Quanto vale, nel complesso, l’“esercito”? Dipende dai contratti, ma parliamo di decine e decine di milioni lordi all’anno. Se dieci giocatori da medio-alto stipendio restano fermi, un club brucia una quota di budget che potrebbe andare a una prima punta o a due titolari veri. È questo il “costo opportunità” che spiega le accelerazioni d’agosto, le clausole a incastro, le telefonate all’ora di cena.

Dove potrebbero finire, quindi? L’esito più frequente è il prestito con condivisione dell’ingaggio e opzione di riscatto legata a presenze o risultati. Cessioni secche emergono quando il cartellino è già ammortizzato o il giocatore accetta di ridursi l’ingaggio. Voci e liste circolano, ma senza accordi depositati restano ipotesi: non c’è dato certo finché non c’è firma.

Mi torna in mente una scena di provincia: il cancello del centro sportivo, i bambini che chiedono autografi a chi domani potrebbe non esserci più. Anche questo è calcio. Domanda per noi, non per i dirigenti: quanto vale un nuovo inizio, quando l’unica cosa che pesa è un numero in grassetto sul foglio paga? Forse il mercato serve anche a questo: dare una seconda trama a chi è rimasto tra le righe. E a noi, un motivo in più per restare a guardare.