Una frase che sembra una carezza e una frustata insieme. Un Paese che vive di pallone e di memorie, ma ha fame di futuro. Tra scetticismo e voglia di crederci, il nome di Pirlo riaccende un dibattito antico: conta più il sogno o il progetto?
La Russa su Pirlo CT: ‘Che Dio ce la mandi buona’. Dubbi e speranze per il futuro del calcio italiano
“Che Dio ce la mandi buona.” La battuta di La Russa su Andrea Pirlo possibile CT accende il tono dei bar e dei social. Il sentimento è doppio. Da un lato il genio che ricordiamo tutti: il corridoio per Grosso a Dortmund, la calma dai rigori, l’idea di gioco pulita. Dall’altro la domanda che brucia: oggi è l’uomo giusto per la Nazionale?
Al momento non c’è una conferma ufficiale della FIGC su Pirlo commissario tecnico. La Russa aggiunge un altro sasso nello stagno: “Stimo Malagò, Leonardo e Maldini, ma non vorrei la montagna avesse partorito un topolino.” Traduzione semplice: bene i nomi autorevoli, ma servono scelte nitide e coraggiose. In Italia siamo bravissimi a fare tavoli, un po’ meno a prenderci responsabilità.
Pirlo tra curriculum e idea di gioco
Da allenatore, Pirlo ha già mostrato un profilo riconoscibile. Alla Juventus ha vinto Coppa Italia e Supercoppa. Non è poco per un debuttante. In Turchia ha gestito un contesto complesso. A Genova, con la Sampdoria, ha guidato un gruppo giovane e ha centrato i playoff di Serie B. Il suo calcio resta fedele alla palla: uscita bassa, linee corte, ricerca dell’uomo tra le linee. È una visione chiara. Il punto è capire se può reggere la pressione e i tempi ristretti di una selezione nazionale.
Qui sta il cuore della questione. La Nazionale non è un club. Ha finestre brevi, poco allenamento, tante aspettative. Ci arrivi con un’idea, certo, ma devi saper semplificare in fretta. Dopo due Mondiali mancati e un Europeo vinto ma seguito da un’altra scivolata, l’Italia chiede stabilità, identità, risultati. Non nell’ordine, tutte e tre insieme.
Il sistema attorno al CT
La frase di La Russa, per quanto tranchant, tocca un nervo scoperto. L’eventuale CT conta, ma conta di più la struttura che lo sostiene. Serve un responsabile dell’area tecnica con potere reale. Serve una filiera con l’Under 21 e le giovanili allineate. Servono criteri di convocazione trasparenti. Servono analisi dati per modellare la squadra sugli avversari, senza perdere l’istinto. Al momento non ci sono notizie certe su un “triangolo” Malagò–Leonardo–Maldini formalizzato in FIGC. Sono suggestioni, non atti. E questo va detto chiaro.
Poi resta il tema Pirlo-persona. Chi lo ha visto lavorare parla di leadership quieta. Ascolta, non urla. In Italia questa dote è spesso scambiata per debolezza. È un errore. La calma è una scelta, non un vuoto. L’altra faccia, però, è la gestione degli imprevisti. In panchina servono decisioni scomode. Tagliare un senatore. Lanciare un 2005 quando pesa. Tenere la barra dritta quando il vento gira.
A me, l’idea di Pirlo commissario tecnico suscita un misto di malinconia e curiosità. Malinconia per quello che è stato. Curiosità per quello che potrebbe diventare. Non basterà il nome, non basterà il ricordo. Serviranno dettagli: staff di campo forte, una rosa titolare definita, principi semplici da ripetere come una filastrocca. E servirà tempo, almeno un ciclo pieno. Lo daremo?
Forse la vera domanda è un’altra: se domani Pirlo sedesse su quella panchina, saremmo pronti a fidarci quando al 70’ toglierà il nostro beniamino? O resteremo col rosario in tasca, sussurrando “che Dio ce la mandi buona”, mentre il pallone, lento, cerca ancora la sua linea più pulita?
