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Collovati Ricorda Bagnoli: Un Rivoluzionario del Calcio, Non un Catenacciaro. Le Sue Tattiche Sono Ancora Attuali Oggi

Una sera di pioggia, uno stadio che ruggisce, un allenatore che abbassa lo sguardo e si lascia andare. In quel momento capisci che dietro le lavagne tattiche c’è un uomo. E che certe idee, quando funzionano, non invecchiano mai.

Fulvio Collovati lo dice senza giri di parole. Al Genoa passò due stagioni con Osvaldo Bagnoli, il “Mago della Bovisa”. Lo definisce “avanti”. Non per romanticismo. Per fatti. Il suo 5-3-2 oggi è il pane quotidiano di mezza Serie A. Lo vedi nelle squadre che difendono a cinque e ripartono pulite. Lo vedi quando la linea si muove come un’onda, corta, senza buchi.

C’è un’immagine che resta. Anfield, 1992. Liverpool contro Genoa in Coppa Uefa. Collovati racconta di aver visto Bagnoli piangere lì, per la prima e unica volta. È un dettaglio che pesa. Dice tantissimo su quanto quel percorso contasse. E su come, nelle serate grandi, l’idea supera la paura. Precisiamo: i tabellini raccontano una qualificazione storica del Genoa. Il resto è memoria condivisa dallo spogliatoio. E basta a farci entrare nella scena.

Bagnoli non è mai stato un “catenacciaro”. Parola logorata, spesso usata a caso. Il suo calcio partiva dalla difesa, certo. Ma non finiva lì. La squadra aveva campo, respirava, si accorciava per rubare tempo e poi lo allungava con due passaggi. Chi ha vissuto quegli anni ricorda tempi d’anticipo, distanze corrette, esterni generosi. Non barricate.

A Verona, stagione 1984-85, arrivò uno Scudetto che sembrava un miraggio. Un’impresa verificabile, scolpita nei numeri del campionato. Non fu un colpo di fortuna. Fu organizzazione, lettura, equilibri. A Genova, qualche anno dopo, Bagnoli limò il sistema. La linea arretrata sapeva diventare a tre in impostazione e a cinque in protezione. Oggi lo chiameremmo 3-5-2 in fase di possesso e 5-3-2 senza palla. Allora era solo buon senso.

Nel presente, l’eco è evidente. L’Inter di Inzaghi vive di uscite codificate, quinti che accompagnano, mezzali che si infilano. Conte ha reso mainstream i principi del blocco compatto e della ripartenza verticale. Altri allenatori li hanno adattati. Cambiano i nomi, resta l’ossatura: pressione controllata, campo corto, ampiezza occupata con criterio. È la grammatica che Bagnoli parlava con naturalezza.

Il fraintendimento del “catenaccio”

Il termine “catenaccio” ha confuso una generazione di tifosi. Bagnoli conosceva la prudenza, ma cercava il gol giusto. Non voleva dieci tiri forzati. Voleva tre occasioni pulite. L’idea era semplice: difendere insieme per attaccare meglio. Tenere i reparti vicini. Fidarsi di chi porta su la palla. Da qui il ruolo chiave dei mediani e degli esterni, veri termometri della squadra. Se loro funzionano, il resto si incastra.

Perché quelle idee parlano ancora oggi

Perché il calcio è spazio e tempo. E Bagnoli li misurava bene. La sua tattica cercava l’uomo libero con un passaggio in più, non con un dribbling di troppo. Pretendeva letture, non eroismi. In una partita compressa, con ritmi alti e linee aggressive, quei principi restano attuali. Che tu li chiami blocco medio, pressing selettivo, o “stare corti e andare”, la sostanza non cambia.

Torno a quella notte di Anfield. Si dice che l’inglese non tema nulla, ma teme il silenzio del suo stadio. In certi istanti lo senti. Capisci che una squadra italiana, ordinata e coraggiosa, può zittire un tempio. E capisci perché Collovati, guardando il suo allenatore commosso, oggi difende il suo nome. Non era un guardiano del fortino. Era un artigiano del tempo. E noi, davanti alla prossima partita, cosa scegliamo: il rumore o la misura?

di
Enrica Siclari

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